domenica 23 dicembre 2012

L’essere umano come modello di società

Nelle frasi estratte dal libro “L’elogio della fuga” del biologo e filosofo del comportamento umano Henri Laborit (vedi qui) ho trovato le basi, per come la vedo io, per andare a monte del problema che la situazione politica ripropone ormai da decenni e che oggi sta esprimendo effetti devastanti, sotto i nostri occhi. Riporto qui sotto alcuni tratti che ho trovato molto illuminanti al riguardo:

“Dire che la specie umana si trova oggi di fronte a una scelta di civiltà, è banale, e inoltre può sembrare strano che proprio io parli di scelta. In realtà non sarà certo una scelta. Si tratterà, una volta che tutti saranno arrivati alla conoscenza, di una consapevolezza diffusa delle conseguenze dei nostri vecchi comportamenti, della tardiva comprensione dei meccanismi che li governano,  di una nuova pressione di necessità alla quale dovremo obbedire per far sopravvivere la specie. Non si tratta di sapere se è bene che sopravviva, non sappiamo neanche se ciò avverrà. Ma sembra certo che la sua eventuale sopravvivenza implicherà una profonda trasformazione del comportamento umano. E tale trasformazione sarà possibile solo se tutti gli uomini conosceranno i meccanismi in base ai quali pensano, giudicano e agiscono.”

E ancora:

“Una volta capito che gli uomini si uccidono l’un l’altro per stabilire una dominanza o per mantenerla, vien voglia di concludere che la malattia più pericolosa per la specie umana, non è né il cancro né le malattie cardiovascolari, come cercano di farci credere, ma il senso delle gerarchie, di tutte le gerarchie. Non c’è in un organismo perché nessun organo cerca di dominare l’altro, di comandarlo, di essergli superiore. Tutti funzionano in modo da far sopravvivere l’organismo. Quando mai capiranno, i gruppi umani appartenenti al grande organismo della specie umana, che il loro scopo è la sopravvivenza dell’insieme e non l’affermazione della loro dominanza sugli altri? Nessuno, da solo, rappresenta la specie e nessuno ha il monopolio della verità.”

Inoltre:

“Ebbene, in politica la struttura che sottende i rapporti di produzione è la struttura dei sistemi nervosi umani in cerca del potere e della dominanza necessari per portare a termine il progetto individuale, da preferire a quello dell’altro. I rapporti di produzione sono solo un modo, anche se non trascurabile, di espressione funzionale. Attribuire loro una parte essenziale dei rapporti umani significa ricadere nella dicotomia di uomo che produce e uomo di cultura: significa obbligare l’individuo ad affidare il proprio potere di organizzazione dei rapporti sociali a un partito o ai leader ispirati, a coloro che sanno o, ancor più spesso, a un conformismo tendente a mantenere antiche strutture. Significa, di conseguenza, continuare a considerarlo sotto l’aspetto termodinamico e credere che lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo avvenga solo mediante la produzione di beni, la ricchezza del mondo, di cui viene privato proprio il lavoratore che la produce. Ma la vera ricchezza che egli potrebbe produrre e di cui viene privato, anche nei paesi socialisti odierni (ricordo che il libro è del 1976), è la conoscenza. Non solo la conoscenza scientifica o “culturale” ma la conoscenza di se stesso e degli altri che potrebbe indurlo a inventare nuovi rapporti sociali e a organizzarli in modo diverso da come gli viene imposto. La cosa più importante da conoscere, prima della quantità di energia assorbita e liberata da una struttura vivente e il modo di distribuire il plusvalore, è la forma, la funzione, il compito di questa struttura vivente. E’ fondamentale acquisire la conoscenza di questa informazione, la consapevolezza di far parte di un insieme, di partecipare, attraverso l’azione individuale, alla finalità di questo insieme, di potere, come individui, influenzare la traiettoria del mondo.”

Pensare che tutto questo è stato espresso circa quaranta anni fa e, che nonostante questo tempo passato, non abbiamo ancora preso atto di tale analisi, significa che c’è ancora molto da fare per superare il limite di resistenza al cambiamento. Abbiamo l’opportunità che questa analisi sia un punto di partenza solido per iniziare a pensare una società il cui centro è l’essere umano.

Estratto dal libro di Henri Laborit – “Elogio della fuga”. 

Nota: il corsivo l’ho aggiunto io.

Saluti 

Luca

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